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tesseramento 2012
Convenzioni e Polizze

NO AL CONTRIBUTO UNIFICATO NELLE CAUSE DI LAVORO E PREVIDENZIALI

 

Al via la campagna Feneal-Uil  per l’abolizione della norma prevista dalla recente manovra economica e ritenuta iniqua e incostituzionale.

 

 

 

Da oggi se vuoi avere giustizia devi pagare

Con la nuova Legge di stabilità approvata dal Parlamento nella manovra finanziaria i lavoratori dovranno mettere mano al portafogli per vedere riconosciuti i propri diritti. Ogni volta che si presenteranno davanti al giudice per i processi di lavoro o previdenziali gli verrà chiesto di pagare il Contributo unificato, una tassa imposta per le cause civili.

Al lavoro non si deve far pagare la crisi: il lavoro è un diritto

Contributo unificato, lavoro mortificato

Il senso e gli obiettivi della campagna Feneal Uil

1. Cos’è il Contributo unificato?

Nel Decreto legge n° 98 del 6 luglio 2011, relativo a «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria», meglio conosciuto come la «Manovra», approvato in tempi brevissimi dalle Camere e divenuto immediatamente esecutivo, è stato introdotto il Contributo unificato anche per le cause di lavoro e previdenziali. Il Contributo unificato è un onere monetario da pagare obbligatoriamente da parte del lavoratore (o del suo patrocinatore) tutte le volte che egli intenda iscrivere una causa in ruolo, ovvero intraprendere un’azione giudiziaria per ottenere la tutela dei propri diritti dalla giustizia civile. Il pagamento è dovuto indipendentemente dall’esito del contenzioso, ossia dal contenuto espresso dal giudice che venga chiamato ad emettere una sentenza che vede contrapposti uno o più lavoratori al proprio datore di lavoro. Il Contributo unificato d’ora innanzi vale quindi anche per le cause di lavoro, per quelle previdenziali e per quelle relative all’assicurazione obbligatoria, sia nel primo grado di giudizio come in quelli successivi.

2. Qual è l’importo del Contributo unificato?

Si calcola in base al valore dell’oggetto della causa: è di 18,50 euro per i processi di valore fino a 1.100 euro; di 42,50 euro per le cause da 1.100,01 fino a 5.200 euro; di 103 euro per quelle fino a da 5.200,01 fino 26.000 euro; di 225 euro per quelle da 26.000,01 fino a 52.000 euro così come per quelle dall’importo indeterminabile; di 330 euro per quelle fino a 260.000 euro; di 528 euro per quelle fino a 520.000 euro; di 773 euro per quelle cause che superano la soglia di valore di 520.000,01 euro. È previsto un unico caso di esenzione residuale per i titolari di un reddito inferiore al triplo di quello fissato dal decreto del ministero di Giustizia per l’accesso al patrocinio gratuito, pari ad un lordo di 31.884,48 euro. Comunque vada, si dovrà in tutti i casi pagare sempre, e di tasca propria.

3. Cosa cambia rispetto al passato?

Il primo cambiamento è che d’ora innanzi i lavoratori dovranno pagare per avviare una causa relativa alla tutela dei propri diritti. Il Contributo unificato, infatti, era già in vigore per i contenziosi giudiziari di natura civile ma fino ad oggi il legislatore (ossia il Parlamento) l’aveva escluso volutamente da tutte le cause relative al lavoro.

4. Cosa c’è in gioco?

Non solo il denaro, ma qualcosa di ben più importante. Infatti il Contributo unificato lede il principio costituzionale, ripetuto già a partire dal primo comma dell’articolo 1 della Costituzione, laddove si dice che l’«Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», della centralità di quest’ultimo nella vita pubblica del Paese. In gioco non c’è solo il già magro livello delle retribuzioni ma anche la possibilità di chiedere alla legge di vedere rispettati i propri diritti quando questi sono messi in discussione dalla controparte datoriale. La mancata corresponsione dello stipendio vuol dire per molti lavoratori la più completa mancanza di una fonte di reddito. Chiedere ad essi, o ai loro rappresentanti, di farsi carico di costi aggiuntivi sui quali la pubblica amministrazione si avvantaggia economicamente, è intollerabile. La Feneal-Uil tutela gli interessi dei lavoratori del settore edile ed è ben consapevole del grave momento di crisi che il nostro Paese sta vivendo, però non è disposta ad accettare una misura che colpisce non solo gli interessi ma anche i diritti dei lavoratori, come se tutto ciò fosse da intendersi come un fatto puramente contabile. L’introduzione del Contributo unificato è stato presentato nel decreto di stabilità ma, dietro questa finta neutralità dei numeri, c’è il rischio che il lavoro venga ulteriormente discriminato e svantaggiato. Il Contributo unificato sulla cause di lavoro è stato introdotto senza nessuna reale discussione – né tanto meno negoziazione – da parte del governo con i rappresentanti sindacali. Si tratta di una brutale imposizione, all’interno di una «manovra di stabilità» che colpisce essenzialmente le fasce di popolazione più deboli, con limitazioni di offerta dei servizi pubblici e nuove tasse, e con il pericolo che le prossime disposizioni finanziarie portino ulteriori compressioni dei diritti dei lavoratori e delle loro famiglie.

5. Cosa occorre fare?

La questione del Contributo unificato è un problema di principio che va al di là dell’aspetto economico, chiamando in causa la tutela del mondo del lavoro. La prima cosa da fare è non rimanere zitti, ma iniziare a fare sentire il proprio dissenso attraverso una capillare informazione ai lavoratori. La seconda è un appello alla sensibilità del mondo politico per ottenere un necessario e urgente ripensamento legislativo.

Solo uniti, lavoratori e sindacato possono sperare di vincere

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